Il modo in cui oggi tu vivi il dolore (quanto “sopporti”, quanto sei in grado di chiedere aiuto…) non dipende solo da te, ma dal contesto familiare e sociale in cui sei cresciuto.
Non piangere, non è successo niente!
Non fare la drammatica…
Stringi i denti e vai avanti!
Quante volte hai sentito frasi come queste? Quante volte, forse, le hai dette anche tu, magari con affetto, cercando di incoraggiare qualcuno? Cresciamo immersi in un insieme di messaggi, più o meno espliciti, su come si dovrebbe sentire il dolore e su come lo si dovrebbe esprimere. Questi messaggi arrivano dalla famiglia, dalla cultura in cui viviamo, dalle persone che ci vogliono bene e, nel tempo, diventano parte del nostro modo di stare nel corpo.
Imparare a sentire
Il sistema nervoso di un bambino è straordinariamente plastico. È fatto per imparare, per adattarsi all’ambiente in cui si trova. Questo vale per il linguaggio, per i movimenti e vale anche per il dolore.
Quando un bambino cade e si fa male, la risposta che riceve dagli adulti intorno a lui non è neutra. Se viene accolto con calma e conforto, il suo sistema nervoso registra che il dolore è gestibile, che passa, che c’è qualcuno vicino. Se viene incoraggiato a rialzarsi subito, con un “dai, sei forte!”, impara che il dolore si affronta con determinazione, che ci si può fidare di sé stessi per andare avanti. Se il suo dolore viene minimizzato “Ma dai che non ti sei fatto nulla!” il bambino imparerà che ciò che sente è troppo e va ridimensionato, e se gli viene detto che “non serve urlare così forte!” imparerà che il dolore va espresso con contegno.
Non intendo ora soffermarmi su aspetti pedagogici definendo cosa è più o meno opportuno per una crescita sana. Ciò che ci interessa ora è capire che tutte le esperienze ripetute modellano i circuiti nervosi diventando un adattamento al mondo in cui siamo cresciuti.
Il dolore non ha lo stesso volto ovunque
Prova a immaginare la stessa identica sensazione, come un mal di schiena o una fitta al ginocchio, vissuta da persone cresciute in contesti culturali completamente diversi. In alcune culture, esprimere il dolore ad alta voce è naturale: è un modo per comunicare agli altri che hai bisogno di supporto e riceverlo è normale e atteso. In altre, la compostezza è un valore profondo: affrontare il dolore con discrezione è considerato una forma di rispetto verso sé stessi e verso gli altri e porta con sé un suo senso di dignità.
Il modo in cui ciascuno di noi affronta il dolore non è solo questione di carattere e predisposizione. Si tratta di risposte apprese, trasmesse di generazione in generazione attraverso le parole, i gesti, le reazioni di chi ci stava vicino. Ognuna con la sua logica, ognuna con il suo valore all’interno del contesto in cui è nata. La nostra storia, quindi, ha influenzato in modo concreto la soglia oltre la quale una sensazione diventa per noi intollerabile, il momento in cui si decide di chiedere aiuto e persino il modo in cui si vive il processo di guarigione.
Quello che il corpo porta con sé
C’è qualcosa di affascinante nel modo in cui il cervello elabora il dolore. Te lo spiego nell’articolo Perché il dolore è soggettivo. Il cervello non separa nettamente un’esperienza dolorosa dal contesto emotivo e relazionale in cui viene vissuto. Le stesse aree neurali coinvolte nell’elaborare un dolore fisico sono attive anche quando viviamo esperienze di dolore emotivo. Questo significa che il dolore che sentiamo oggi porta sempre con sé qualcosa di più della sola sensazione fisica. Porta il modo in cui abbiamo imparato a riconoscerlo, a dargli un nome, a raccontarlo o a non raccontarlo.
Sapere che parte del nostro modo di vivere il dolore è stato appreso è una cosa molto interessante. Ci permette di sapere che così come è stato in passato, noi continuiamo oggi a essere capaci di adattarci, di rispondere al dolore e di trovare tutte le risorse che ci servono.
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